Non ci siamo sbagliati: oggi parliamo proprio di arte contemporanea e in particolare del nostro incontro e della collaborazione con Raffaele Quattrone, curatore d’arte contemporanea che negli anni ci ha proposto mostre e iniziative che abbiamo sostenuto (e ce ne saranno presto altre).
Fa tutto parte del nostro modo di essere e di pensare che anche un provider può assumersi l’impegno di sostenere idee e persone che creano cultura e aiutano a leggere il presente con uno sguardo più ampio.
Ecco perché oggi dedichiamo un’intervista a Raffaele Quattrone, come è già successo con altre professionisti e professioniste sempre qui sul nostro blog
In questa intervista Raffaele ci racconta il suo percorso, che cosa significa oggi fare il curatore, perché la divulgazione dell’arte è importante e in che modo cultura e impresa possano incontrarsi in modo autentico.
Raffaele, partiamo dall’inizio: come nasce il tuo percorso e come sei arrivato a diventare curatore?
Il mio percorso nasce in realtà dalla sociologia. Ho una formazione da sociologo dell’economia e, all’inizio, ho lavorato in quell’ambito occupandomi di consulenza aziendale.
A un certo punto, durante la specializzazione presso l’Università di Firenze, c’è stata una svolta: mi è stato suggerito dal Prof. Giorgio Marsiglia, mio relatore in quel percorso di studi, di orientare la mia ricerca verso l’arte contemporanea, che era già una mia passione.
Da lì è cominciato tutto. Ho pubblicato la tesi, sono entrato in contatto con artisti importanti come Hans Haacke, Michelangelo Pistoletto e Shirin Neshat, e quella ricerca mi ha dato la possibilità di vincere un concorso per critici e curatori promosso dalla Presidenza del Consiglio, e subito dopo di curare una prima mostra, il vero inizio del mio lavoro.
Di cosa si occupa un curatore d’arte?
La risposta più semplice è: organizza mostre. Ma in realtà il lavoro di curatela è molto più complesso. Il curatore tiene insieme artisti, allestimento, architettura degli spazi, aspetti tecnici, sicurezza, comunicazione e rapporti con il committente. È una figura che coordina professionalità diverse ed è il referente complessivo del progetto.
Ci sono progetti che nascono da una mia proposta, come curatore indipendente, ma anche da musei, fondazioni, enti pubblici o realtà private. Per esempio con la Real Academia de Espana ho un rapporto di amicizia e collaborazione che dura da molti anni, così come con il gruppo Rocco Forte Hotels.
Quanto tempo richiede organizzare una mostra?
Dipende molto dal tipo di progetto. Ad esempio una mostra con un solo artista e senza allestimenti costruiti ad hoc può richiedere anche “solo” poche settimane di lavoro intenso.
Se invece ci sono strutture complesse da produrre, sopralluoghi, trasporti particolari e molte persone coinvolte, i tempi possono allungarsi parecchio, anche di anni: serve attenzione a tutti i dettagli, anche quelli che sembrano lontani dall’arte in senso stretto.
C’è quindi una componente organizzativa molto forte. Ti affidi a un team stabile?
Sì, ci sono professionisti con cui lavoro con continuità. Per esempio per le fotografie il mio fotografo di riferimento è Davide Melfi, mentre per la grafica mi affido da anni alla stessa persona, Sahil Bachani, perché conosce bene il mio linguaggio visivo: mi piacciono soluzioni semplici, pulite, essenziali, perché la protagonista deve essere la mostra, non la grafica. Per progetti curatoriali più complessi come quelli che prevedono il coinvolgimento di celebrities internazionali, condivido la curatela con Lorena Magliocco.
Anche per la comunicazione e l’ufficio stampa lavoro con professioniste di fiducia: RPPRESS di Marcella Russo e Culturalia di Norma Waltmann. Sono ruoli delicati e relazioni preziose da mantenere, perché chi comunica per te parla anche a tuo nome.
Oltre alla curatela, nel tuo lavoro c’è spazio anche per la divulgazione. Quanto conta oggi comunicare l’arte?
Conta moltissimo. L’arte non serve soltanto a mostrare qualcosa di bello o interessante: ci abitua a ragionare, a immaginare alternative, a non bloccarci dentro un solo modo di vedere le cose.
In questo senso è una palestra mentale e culturale. Vale per le arti visive ma anche per il cinema, la musica, il teatro: aiutano a sviluppare sguardo, sensibilità ed empatia.
L’arte contemporanea, però, viene spesso percepita come difficile o distante.
Dipende soprattutto dal fatto che è un linguaggio e, come tutti i linguaggi, va conosciuto almeno un po’ per essere capito. E l’arte contemporanea, a differenza di altri periodi storici, a scuola viene affrontata poco, e anche questo crea distanza e una mancanza di abitudine, per quanto minima, a frequentarla.
Ma avvicinare un pubblico più ampio si può: alcune opere o installazioni possono risultare di comprensione più immediata, magari perché colpiscono visivamente, oppure perché lavorano su colori, ricordi, sensazioni e in questo modo possono diventare una soglia di ingresso alla scoperta dell’arte.
Anche parlare di arte attraverso documentari, programmi, articoli o altri contenuti divulgativi può aiutare.
Penso che anche i social, ad esempio piattaforme come Instagram, possano essere efficaci sul piano visivo, anche se naturalmente dipende da come vengono usate. Personalmente, trovo meno interessante una comunicazione troppo condizionata da logiche promozionali perché perde neutralità, ma quando i canali digitali sono usati bene, sono strumenti utili per coinvolgere persone nuove.
La cosa importante è non spaventare il pubblico, ma coinvolgerlo. Non dobbiamo escludere nessuno
Nel tuo percorso c’è anche un’attività formativa importante. Ce la racconti?
Sì, sono direttore del Master in curatela di mostre ed eventi artistici e culturali organizzato da Meleam ed eCampus.
È un’esperienza interessante anche perché incrocia molto la tecnologia: le lezioni possono svolgersi online e stiamo lavorando anche con strumenti che integrano intelligenza artificiale e ambienti virtuali. Chi non è fisicamente presente può comunque seguire il percorso da remoto in tempo reale, all’interno di uno spazio virtuale condiviso. È un modo nuovo di fare formazione e di rendere accessibili contenuti ed esperienze.
Il rapporto con Ehiweb nasce da lontano. Come è cominciato?
È nato anni fa, nel 2017, in occasione dell’uscita del libro NewFaustianWorld edito da 24ORE Cultura e di un progetto collegato. Da lì è iniziato un rapporto che poi è cresciuto nel tempo, con altre collaborazioni e iniziative.
Immagino che la collaborazione con un provider di telecomunicazioni possa sembrare particolare, ma in realtà ho rapporti con realtà davvero molto diverse tra loro: penso a Pasot, a Pia Lauri Capri, a Nostas, a Xedequa. Quello che conta è condividere una certa sensibilità, il modo in cui si guarda ai progetti, alle persone, alla cultura. Quando c’è questo terreno comune, collaborare diventa naturale.
Tra poco infatti prenderà il via una nuova iniziativa insieme a Ehiweb, della quale però al momento non posso anticipare nulla. Ma sono sicuro che anche Ehiweb ne parlerà!
Grazie Raffaele per questa intervista. Per chiudere: c’è un obiettivo, un sogno professionale che senti particolarmente tuo?
In realtà i miei sogni non sono mai legati solo a un progetto. Quello che mi interessa di più sono le relazioni con le persone. Costruire ponti, creare connessioni, dare vita a rapporti che restano: è questo che trovo davvero stimolante e soddisfacente.


